digital-signage-maxiIl mercato del digital signage anche in Italia sta conoscendo il suo momento d’oro, complici lo sviluppo delle nuove tecniche legate alla grafica elettronica, la diminuzione dei costi degli schermi Lcd e l’evoluzione del Crm. Basta passeggiare per una qualsiasi città per rendersene conto. Non sono solo le piazze ma anche le vetrine in strada a ospitare pannelli luminosi che, animati da filmati, a rotazione alternano immagini e informazioni al servizio della shopping experience.

Il 55% dei consumatori è influenzato dai digital media durante l’atto d’acquisto, il 68% nota gli schermi all’interno di un punto vendita dotato di display attivi e il 41% ricorda i prodotti o le marche presentati in digitale (Fonte Ipsos). Stabilire il ritorno dell’investimento di un progetto di digital signage è difficile. Ci sono studi che parlano di un incremento delle vendite tra il 10 e il 15% ma da qui affermare che il dato sia ripetibile o certo per qualsiasi tipo di merceologia non è possibile. Certo è che in una vetrina o in uno spazio espositivo uno schermo animato, luminescente e dinamico cattura l’attenzione. Fior di esperti sottolineano la stretta relazione tra gli shopper smartphone dotati e le formule più evolute di digital signage in cui agli utenti viene offerta un’interazione spinta attraverso meccanismi di couponing, near field communication e smart coding legato alla tap experience da mobile.

Il business del digital signage decolla con il retail

All’estero Fremont Street, Times Square o Piccadilly Circus sono da anni il simbolo della comunicazione digitale basata su un uso intelligente della video communication. Il digital signage è un business interessante: tra display, media player, software dedicato e servizi di manutenzione nel 2010 si parlava di un valore di mercato pari a 1.3 miliardi di dollari. Nel corso di questi anni le cose sono profondamente cambiate e gli operatori interessati a questa forma di comunicazione sono sensibilmente cresciuti, retail e hospitality in testa. Gli analisti per il 2016 parlano di un business da  4.5 miliardi di dollari.
Il mercato globale più importante?  Gli Stati Uniti: ogni settimana il 52% degli americani è fedele spettatore di una qualche forma di digital signage (mentre la media mensile sale al 70%). Solo nel Nord America i display installati sono 20 milioni e continuano a moltiplicarsi (si parla di 2 milioni di monitor l’anno consacrati al digital signage). Oltre mille i grandi brand che hanno investito in questo tipo di comunicazione, seguiti a ruota da centinaia di migliaia di retailer grandi e piccoli. Il secondo Paese  che crede nel digital signage è la Cina, mentre in Europa la testa di ponte rimane l’Inghilterra. Anche la Russia, tra i mercati emergenti, è in fortissima ascesa.
Supermercati, centri commerciali, negozi, stazioni, uffici medici, cinema e teatri stanno votandosi al digital signage. Al di là della tecnologia, a cambiare è il modo di comunicare che sfrutta un principio di ingaggio: si attira lo sguardo dei passanti con superfici le cui immagini in movimento suscitano un immediato interesse.

Ddigital-signageal micro al macro, 5 applicazioni… downtown

Non tutti i retailer italiani sanno che si chiama digital signage (Fonte: 5T5 Report Retail). Però in molti lo usano e in modi diversi. Il digital signage trasforma la cartellonistica, sviluppandola in una chiave digitale che trasmette attraverso schermi elettronici o videoproiettori sistemati in luoghi pubblici. La soluzione è indipendente dalle dimensioni degli schermi (anche un tablet oggi funge da supporto per il digital signage) o dalle possibili combinazioni (a uno, due o più schermi, arrivando ai wall che ospitano decine di schermi in contemporanea). Il digital signage, infatti, presuppone una molteplicità di format con una classificazione che include outdoor tv, digital–out-of-home, in-store Tv, dynamic display, digital street furniture e via dicendo. Le formule sono le più disparate: dentro o fuori al negozio, sopra o sotto l’insegna, all’interno della vetrina come componente di arredo o come vero e proprio spazio scenico che sostituisce qualsiasi allestimento. Prendiamo a campione la capitale lombarda: ecco una carrellata delle soluzioni milanesi, dalle meno efficaci a quelle più belle e funzionali.

digital-signage-confuso1) Piazza San Babila: digital signage tradizionale o… confusionale?
Nei piani quinquennali di Gartner il tasso previsionale di crescita del digital signage tra il 2011 e il 2016 si attesta nell’ordine di un + 26% l’anno. Eppure ancora oggi c’è chi approccia la tecnologia senza lungimiranza o creatività costruttiva. Più che di media communication è… re-media communication.

Un esempio lo si trova nel cuore della Milano da Bere. Parliamo di Piazza San Babila, luogo di culto dello shopping ma anche di teatri d’élite. Proprio sull’angolo inizia Corso Monforte dove un tipico palazzo dell’epoca fascista costeggia la strada: grigio, severo, con finestre piccole e misurate. A chi è venuta l’idea di animare la facciata sposando un digital signage dalla comunicazione deviante? Sotto il pannello elettronico, infatti, c’è un brand del fashion molto noto ma l’insegna digitale sovrastante alterna diversi brand tra loro competitor in un singolare scacchiere. Il carosello luminoso propone marchi famosi ma il digital signage in questo caso più che una segnaletica evoluta sembra una porzione di spazio contesa per una formula di advertising quantomeno precaria.

digital-signage-decorativo2) Coppola: digital signage, vettore d’attenzione sulla grief
Le tecniche per riprodurre le immagini e proiettarle sono consolidate e accessibili, ma richiedono una riflessione per organizzare e strutturare dei network che portino a ritorni degli investimenti con rischi calcolati. Solo qualche anno fa si pensava che il digital signage sarebbe esploso in Italia attraverso la grande distribuzione e l’interesse di alcune realtà della ristorazione moderna.
Invece non è andata così. Il digital signage ha subito tante declinazioni diverse, sposato da brand grandi e piccoli. Usato per diverse motivazioni, non sempre legate al modello di advertising come viene inteso dai più.

Aldo Coppola, ad esempio, icona del coiffeur più show-biz, nel suo negozio di via Garibaldi ha fatto una scelta precisa: la palazzina grigia e architettonicamente rigorosa che ospita uno dei suoi saloni poco spazio lasciava alla creatività che connota il brand di uno stilista del fare capelli e studiare look. E allora ecco l’idea, quasi un ammicco di digital signage: accanto al logo una piccola finestra che suggerisce un taglio che rende uno sguardo più interessante, un riflesso di colore che aiuta a far risaltare un profilo, un movimento che aiuta la chioma ad accarezzare le spalle rivelando l’assimetria del carrè. La facciata del palazzo non distrae, anzi aiuta a far concentrare l’unico punto di vista interessante di un tratto di strada assolutamente spartano.

digital-signage-nel-retail3) Mondadori Multicenter: digital signage, proximity marketing &Co
C’è stato un tempo in cui il digital signage era definito il media degli ultimi dieci metri. Il motivo era che fosse la soluzione preposta a influenzare la scelta finale dell’acquirente che si aggirava all’interno di un punto vendita. La seconda vita del digital signage, in realtà, sta dimostrando come le sue potenzialità di comunicazione vadano ben oltre la shopping experience o il proximity marketing.

Mondadori, ad esempio, usa il digital signage nel suo flagship store nella Galleria di Vittorio Emanuele a Milano. Gli schermi sono simmetrici e disposti proprio sotto le insegne principali. La comunicazione è informazione e non si sovrappone allo spazio espositivo della vetrina. Diventa un complemento, anzi un nuovo layer che arricchisce la facciata del brand, introducendo una finestra informativa che oggi spiega tutti i vantaggi della carta fedeltà. Domani il lancio di un nuovo libro cult. La pubblicità è informazione e va a coprire con la sua pelle luminosa un nuovo ritaglio dell’arredo urbano brandizzato. Grazie alle tecniche olografiche e tridimensionali il retail rivisita nuovi angoli del nostro spazio visivo.

digital-signage-nello-sport4) Foot Locker: digital signage alternativo e graffiante
Molte ricerche evidenziano che la comunicazione pubblicitaria extradomestica ha raggiunto dimensioni ragguardevoli e crescenti. Si spende molto non solo per le classiche affissioni outdoor ma anche per quelle nelle vetrine (shop-windows) e per la comunicazione all’interno dei punti vendita mass-market.
All’inizio il digital signage puntava alla massima risoluzione grafica, cercando di costruire un’illusione di immagine che fosse assolutamente superlativa e migliore rispetto a qualsiasi immagine reale. Oggi le tecniche sono cambiate, così come è cambiata la cultura dell’immagine, del video-clip e della rappresentazione. Lo sa bene Foot Locker che, rivolgendosi a un pubblico sportivo giovanilistico (il che significa non necessariamente giovane), per animare un angolo della sua vetrina di corso Vittorio Emanuele ha scelto un digital signage dalla risoluzione più draft: a pixel forti e contrastanti al punto da dare una riproduzione quasi graffiante e assolutamente diversa rispetto ai competitor. Una scelta non dettata da motivazioni economiche ma esclusivamente di gusto, anzi di stile. L’ordine geometrico degli scaffali e il bianco dominante in vetrina aiutano così il sottofondo in digital signage che esprime movimento e richiamo luminoso a contrasto.

digital-signage-in-vetrina5) Liu Jo: story telling del fashion più emozionale
A fronte di alcuni delatori che vedono nel digital signage l’ennesima deriva della mercificazione pubblicitaria, esistono osservatori più ottimisti che sottolineano come questa rinnovata capacità di giocare con la luce, le forme e i colori senza fissarli a un supporto materiale ma ricomponendoli all’infinito possa accrescere la nostra capacità distupirci e apprendere.

Per sua natura il digital signage richiama l’arte della spettacolarizzazione multimediale. Lo story telling attraverso le immagini produce un racconto che può racchiudere una storia, oppure solo una serie di emozioni come sa bene Liu Jo che nel suo flagship store di Milano ha messo in vetrina modelle ammiccanti, che sfilano con abiti e accessori da sogno. Il fashion, come l’automotive, sfrutta il digital signage nella sua forma più cool. La strategia è nota: immagini patinate ed eleganti che si susseguono senza una logica apparente, affidandosi allo scorrere del tempo per proporre suggestioni di fascino. I manichini che incorniciano lo schermo, donano una tridimensionalità singolare all’esposizione. La vetrina diventa quasi teatro, sfumando in un singolare composit urbano lo spazio tra il negozio e la gente che passa e guarda la merce. Chapéu!

Fonte: thebizloft.com

Vedi: skerma.it/digital-signage