ConSenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati“Renzi mi ricorda un po’ quella pubblicità con Virna Lisi: “con quella bocca può dire ciò che vuole”.  Con questa uscita di pochi giorni fa D’Alema conferma uno stereotipo assai diffuso in Italia: quello di una insanabile separazione tra comunicazione e politica, tra immagine e contenuto. Uno stereotipo antico tra i politici del nostro paese, che hanno spesso tenuto un atteggiamento pregiudiziale o strumentale nei confronti degli aspetti massmediatici

dell’arte del governo, scrivendo una storia di sostanziale incomprensione reciproca, recentemente esplosa. Questa storia, con i fatti di ieri e le novità di oggi, è ripercorsa nel volume di Mario Rodriguez, ConSenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati (Guerini, 2013).

Il saggio, “denso e curioso”, come lo ha definito il prefatore Ilvo Diamanti, risulta particolarmente tempestivo perché giunge in un momento di profondi cambiamenti per la politica italiana, ai quali non è estranea l’evoluzione della comunicazione descritta da Rodriguez. Uno spartiacque in questo percorso sono da considerarsi senza dubbio le elezioni di febbraio 2013, che hanno visto il più massiccio spostamento di elettorato della storia repubblicana: un enorme punto interrogativo per gli esperti, che ha riportato l’attenzione sulle motivazioni alla base dei comportamenti politici dei singoli – e lo studio della creazione di questa spinta è centrale nel libro di cui parliamo. Tempestivo sembra poi ConSenso anche per un altro fenomeno in qualche modo legato all’ultima tornata elettorale: la lenta, ancora confusa ma finalmente avviata, acquisizione di consapevolezza dell’importanza di comunicare bene da parte della dirigenza e militanza politica di centrosinistra che perciò, obtorto collo, comincia a guardare con interesse al sindaco di Firenze, il Comunicatore. Con interesse, diciamo, non proprio con simpatia, come dimostra la dichiarazione di D’Alema che sembra emblematica di tutta la difficoltà culturale di questo processo.

Le cause del ritardo di un corretto aggancio tra politica e comunicazione vengono raccontate da un “comunicatore sconsolato”, secondo l’ironica autodefinizione dell’autore del volume, attraverso una sorta di storia “per strumenti” che prende in esame prima la televisione e poi internet. La prima, a lungo intesa come unidirezionale flusso di informazioni per controllare l’opinione del cittadino (e quanto la dice lunga quella scelta politica, ricordata nel testo, di ritardare le trasmissioni italiane a colori di ben dieci anni rispetto agli altri paesi europei). Poi internet, la rete many to many, visto come occasione di crescita democratica in politica e di nuove forme di costruzione del consenso. Prima Berlusconi, poi Grillo.

Eppure non si può ridurre il libro a un’indagine sugli strumenti: infatti, ConSenso predilige un approccio alla comunicazione politica di tipo antropologico-culturale rispetto a quello trasmissivo e strumentale, che proprio sui mezzi punta tutta la sua attenzione. Viceversa per il saggio la politica che comunica efficacemente è quella capace di costruire motivazioni, quella che ascolta il ricevente, al quale assegna un nuovo protagonismo, visto che non è più inteso come mero fruitore di un messaggio politico costruito a tavolino ma è veicolo di trasmissione e negoziatore di quello stesso messaggio. Perciò va ascoltato, compreso e non condannato (sport assai diffuso tra i notisti politici per quanto, a ben vedere, poco produttivo). Tanto da spingere l’autore a parlare (coraggiosamente) di “marketing dell’ascolto”, che parta da un nuovo atteggiamento del politico meno arrogante nella presunzione di sapere quel che pensano gli elettori, poiché il valore dell’oggetto, in politica come nel mercato, è attribuito dal compratore.

Ma visto che un “candidato non è una saponetta” la sua efficacia sarà data in ambito comunicativo da alcuni fattori che non si possono restringere banalmente all’immagine: al candidato il cittadino chiede innanzitutto credibilità, poi la capacità di fornire una prospettiva, un senso, per l’appunto, e tale richiesta passa essenzialmente per l’uso della parola, che ha una nuova importanza, almeno nella politica nel 2013, pure superiore dell’immagine. Rimanendo nella metafora che involontariamente D’Alema ci ha fornito, potremmo dire che è vero, per esempio, che con quella bocca Renzi può dire ciò che vuole, ma non perché appartenga a un’immagine esteticamente o mediaticamente convincente, ma perché usa un linguaggio nuovo, fornisce un senso che ad alcuni appare degno di essere personalizzato. Insomma, proprio perché non dice “chlorodont”, ma crea “con-senso”.

Si può dire forse che qualche timido segnale di un cambiamento di prospettiva da parte della politica, in particolare di centrosinistra, comincia a manifestarsi? Di certo anche gli strumenti della comunicazione politica, che per decenni hanno conosciuto solo il paradigma trasmissivo-strumentale, possono fare di più in questa direzione. Viene da pensare questo leggendo la rassegna, fornita nel volume, dei nuovi protagonisti mediatici di oggi – quotidiani, talkshow, sondaggi, giornalisti che fanno politica e viceversa. Anche per loro servirebbe un cambio di paradigma. Per non sembrare, loro sì, Virna Lisi: così vintage, ma promotori di un prodotto non più in commercio.

Fonte: Imille