coglionenoQuando finisce che tutti sono speciali nessuno poi lo è per davvero

Come molti altri siti ieri abbiamo anche noi parlato della campagna #coglioneno, una brillante serie di spot per il web sviluppata dal collettivo Zero che ha come tema centrale l’equo compenso dei mestieri creativi.

Il problema lo conoscete tutti: in Italia (ma molti dicono che all’estero non è poi così diverso) spesso grafici, videomaker, art, giornalisti e altre professioni genericamente definite “creative” si trovano a lavorare senza ricevere nessun tipo di remunerazione se non quella eterea e piuttosto umiliante della visibilità data dalla piattaforma per cui si ritrovano a investire il proprio impegno.

Il malcostume brillantemente stigmatizzato nello spot è così diffuso e sentito (soprattutto dai lettori di Wired) da aver fatto di questo video uno dei contenuti più visti nella storia del nostro sito con quasi 30,000 like in meno di 24 ore, un diluvio di pollici alzati da perdere la testa.

Mettersi qui a ripetere per la millesima volta perché questo andazzo non vada bene e di come tutta una generazione di professionisti sia immotivatamente bistrattata è però esercizio decisamente inutile. Lo hanno già fatto molto bene i ragazzi di Zero con i loro video e decine e decine di altri. Mi limito a segnalarvi questo bell’intervento dedicato soprattutto agli illustratori.

Altri hanno giustamente notato come ci sia una bella differenza tra il mestiere dell’idraulico e quello del art director (per fare un esempio). Scrive Gianluca Diegoli su Facebook: “Il mio mantra è “guarda il modello di business”. Il problema è sempre di domanda, offerta e forza contrattuale. L’idraulico risolve un problema urgente, immediato, tangibile, di cui tu non sai nulla. Il creativo o il freelance risolve un problema che non è urgente, immateriale e su cui tutti dicono la loro. La soluzione è: FATE GLI IDRAULICI NON I SOCIAL MEDIA MANAGER!

Un po’ le stesse cose che ci dicevano i nostri genitori con il cuore in mano consigliandoci di fare un mestiere con i piedi per terra come l’idraulico appunto o al massimo l’ingegnere, il medico, il meccanico. Ma noi niente, abbiamo invece deciso di studiare da copywriter, disegnatori, organizzatori di eventi, animatori 3D. E adesso eccoci qua a lamentarci delle nostre disgrazie davanti ad un sistema che non funziona ma le cui falle sono vecchie e famigerate ormai da qualche generazione.

Perché lo abbiamo fatto? Perché essere creativi è così importante? Per distinguerci dai nostri genitori che appunto facevano i fruttivendoli, salumieri, muratori, imbianchini? Certo ma non solo. Perché ci hanno educato mandando in loop il famoso discorso di Jobs a Stanford che ci sprona a “seguire i nostri sogni” e poi ad essere “pazzi e affamati”. Però quando Steve diceva così non intendeva non avere neppure i soldi per fare la spesa al Pam come succede a tanti under 30 da queste parti.

Il problema insomma è con il significato stesso che diamo oggi alla parola creatività che negli anni ha abbandonato il suo alveo originale e ha preso il volo divenendo una vera cometa nella cui scia compare un po’ di tutto. Essere creativi è il bisogno primario di qualunque ragazzo di oggi. In primis per non essere confuso con tutti gli altri, per trovare una propria identità finendo paradossalmente col mescolarsi con milioni di altri che condividono gli stessi desideri, aspirazioni, velleità come canta giustamente anche la rock band de I Cani.

Ecco allora orde di creativi comparire come protagonisti negli spot di qualunque genere merceologico. Bevande, abiti, dei gadget tecnologici di ultima generazione, la verità è che non compriamo l’Iphone per telefonare o navigare su internet quanto per accreditarci all’interno di una nuova classe sociale mondiale. Hipster li chiama qualcuno ma forse la definizione è troppo stringente.

Gira online da un po’ di tempo un video con protagonista il designer Enzo Mari che parla proprio della creatività e di come la parola si sia liquefatta e del suo problematico confronto con la realtà dei fatti disegnandone un illuminante grafico alla lavagna proprio spiegando in meno di 2 minuti perché “Non esiste oggi parola più oscena e più malsana della creatività

Fonte: Wired

La serie di spot della campagna #coglioneno

Il video di Enzo Mari sulla creatività